San Nicolò all’Arena, situato nel punto più alto della Catania vecchia dove sorgeva l’acropoli dell’antica Katane, fu concepito (correva l’anno 1558) con il chiaro intento di battere ogni record.
La chiesa – dalle navate immensamente bianche – è infatti la più grande di Sicilia mentre il convento di San Nicolò è probabilmente il secondo d’Europa per dimensioni dopo il portoghese monastero di Mafra
Catania: Piazza Dante
Ma non sono solo le dimensioni ad affascinare, è l’eccezionalità dell’insieme, ad iniziare da Piazza Dante dove il complesso affaccia. Questa, infatti, è stata realizzata a metà ‘700 dall’architetto Ittar abbattendo le casupole che vi sussistevano proprio per fare respiro alla grande facciata della chiesa (incompiuta) con le sue gigantesche colonne mozze.
Si articola su tre edifici dal medesimo stile posti a semicerchio di fronte all’ampia piattaforma dalla quale si eleva la chiesa di San Nicolò all’Arena con la sua facciata incompiuta e le colonne come mozzate. Nel ‘700 l’impatto doveva essere assicurato. Oggi la piazza è invasa dalle macchine (a Catania la mancanza di parcheggi di servizio al centro storico è drammatica) ed i palazzi, bisognosi di restauri, ridotti alle ombre di loro stessi.
Chiesa di San Nicolò all’Arena a Catania
Voi però, parcheggiata la vostra vettura con l’aiuto di qualche abusivo, entrate in San Nicolò, opera dell’architetto Contini, discepolo del Bernini.
Una chiesa tanto grande quanto spoglia. Al bianco delle volte fanno da contrasto i pavimenti e gli altari di marmo colorato (spettacolari quando il marmo oggi consunto brillava riflettendo la luce delle vetrate).
Il grande organo d’oro dalle 2916 canne ed i 6 mantici, l’imponente lampadario dell’abside ed i tanti più piccoli disposti nella chiesa. Guardate le acquasantiere di marmo policromo con gli angeli: c’è tutta la voluttà della rappresentazione sacra barocca. Per coloro in grado di apprezzarne la tecnicalità, San Nicolò all’Arena è attraversata per largo da una lunghissima meridiana astronomica, in grado di segnare, con un raggio di luce, il mezzogiorno vero. Anche lei è la più grande di Sicilia, per non smentirsi.
Monastero di San Nicolò all’Arena Catania
Ma non avete ancora visto nulla, perché per restare stupiti dovete varcare il portone dell’attiguo Monastero di San Nicolò all’Arena. Non so quanti monasteri ed abbazie abbiate visitato. Io parecchi, e vi dico che San Nicolò è una contraddizione in termini, una follia teologica. Infatti, se non vi fosse la segnaletica turistica a dirvi dove state entrando, lo scambiereste per una reggia. E’ il trionfo del barocco catanese. Un edificio i cui ornamenti hanno richiesto vent’anni di lavoro ma la cui bellezza merita quell’impegno.
Raccontarveli singolarmente richiederebbe un libro (peraltro c’è il bookshop e relative visite guidate), ma formidabili sono i decori esterni che circondano finestre e balconi. Gli intagli in pietra (avviati nel 1703) sono infatti di prim’ordine: una popolazione pluriforme di figure, mascheroni, putti, decori vari. Guardate le teste che ornano le mensole dei balconi, una diversa dall’altra. Un corredo fiabesco. Elegantissimo lo scalone d’ingresso ricco di tarsie marmoree, colonne e stucchi. Incantevoli i chiostri.
Un monastero da uomini di mondo
Sono le dimensioni anche a stupire, la larghezza e la lunghezza dei corridoi, le celle dei monaci, all’epoca della loro residenza non proprio francescane. Racconta il viaggiatore svizzero Charles Didier che si recò a Catania nel 1829: “L’appartamento dei religiosi è da uomini di mondo. Il monaco mi ricevette in una camera elegante, quasi ricercata; grandi tende di mussola gialle e bianche vi creavano un’atmosfera veramente galante; una venere voluttuosamente sdraiata accanto a una Madonna circondata da santi dava a questo ‘salotto’ un aspetto un po’ troppo profano”.
Un’ultima notazione relativa all’archeologia. Abbiamo detto che chiesa e monastero sorgono su quella che forse fu l’acropoli dell’antica Katane. Infatti, entrando nel cortile esterno del monastero, vedrete tratti di viabilità romana e i numerosi scavi fin qui condotti hanno restituito reperti che vanno dall’epoca preistorica a quella greca a quella romana. Le cantine del monastero, poi, conservano visibili i resti di due domus romane.
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