santa maria del divino amore in campo marzio
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Santa Maria del Divino Amore a Campo Marzio: guida breve

La chiesa che oggi porta il titolo di Santa Maria del Divino Amore a Campo Marzio, nell’omonimo Vicolo del Divino Amore che da Piazza Borghese porta a Via dei Prefetti, non è sempre stata nota con questo nome.

Infatti, detta inizialmente Sancta Cecilia Campi Martis, poi Santa Cecilia de Pusterula (o anche de Puzerato, forse una corruzione di posterula), successivamente prese il titolo di Santi Cecilia e Biagio de’ Materazzari e da ultimo quello attuale. Anche il vicolo dove si trova si chiamava in precedenza Vicolo de’ Materassari.

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Santa Maria del Divino Amore a Campo Marzio: storia breve

Per fissare alcuni punti fermi nella storia di questa chiesa dobbiamo partire dal fatto che al di sotto dell’attuale edificio è presente uno spazio sotterraneo che la tradizione voleva essere la casa paterna di Santa Cecilia e dove ella era solita pregare.

Poi dobbiamo sapere che nel 1604 sotto l’altare venne individuato un cippo (oggi in sacrestia) con l’iscrizione Haec est domus in qua orabat Sancta Caecilia – MCXXXI, cioè “Questa è la casa nella quale pregava Santa Cecilia – 1131”. Dunque una testimonianza che la tradizione in questione era viva nell’XII secolo a supporto del primo titolo della chiesa.

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Gli elementi certi

Tutto ciò premesso, gli elementi certi in nostro possesso sono:

  • la chiesa con il titolo di Sancta Cecilia Campi Martis esisteva già nel 1311
  • Cencio Camerario (1150-1227) la inserisce nel suo elenco delle chiese di Roma con il titolo di Sancta Cecilia Campi Martis
  • Papa Clemente VII Medici nel 1525 concede la chiesa alla Confraternita dei Materassai il cui santo protettore era San Biagio. L’edificio sacro cambia così il suo titolo in Santi Cecilia e Biagio de’ Materazzari. Anche il vicolo porta il nome di questi artigiani
  • il catalogo delle chiese redatto durante il pontificato di Pio V (1504-1572) mantiene ancora tale titolo
  • Papa Benedetto XIII Orsini ordina all’architetto Filippo Raguzzini di riedificarla dalle fondamenta. Una lapide ancora oggi in sito ricorda questo evento datato al 1729 e ricorda anche come la chiesa fosse dedicata a Santa Cecilia ed a San Biagio
  • intorno al 1740 sulla Via Ardeatina iniziava a svilupparsi quello che conosciamo come il Santuario della Madonna del Divino Amore con il suo venerato affresco mariano. Il culto di questa immagine divenne così importante che Papa Pio VII, nel 1802, decise di creare anche a Roma una chiesa che avesse questo titolo concedendo la medesima alla Confraternita del Divino Amore. Anche il vicolo cambiò conseguentemente nome
  • nel 1944 l’affresco della Madonna venne trasferito per maggior sicurezza dal Santuario in questa chiesa e poi da qui a San Lorenzo in Lucina.
filippo prosperi
Filippo Prosperi – Forza e Prudenza

Santa Maria del Divino Amore a Campo Marzio: la visita

La facciata si sviluppa su due livelli. Al centro il portale incorniciato da quattro lesene. Al di sopra l’iscrizione Deiparae Virgini divini amoris dicatum, ovvero Dedicato alla Vergine Madre di Dio del Divino Amore. Ciò lascia supporre che l’iscrizione sia stata inserita dopo la mutazione del titolo della chiesa nel 1802.

Come molte chiese romane restaurate o rivisitate nel corso dei secoli, anche a Santa Maria del Divino Amore in Campo Marzio si è salvato l’antico campanile romanico (destra della facciata). Torniamo qui indietro, con tutta probabilità, al XII secolo, cioè al momento dell’edificazione di Sancta Cecilia Campi Martis.

Della struttura originale del campanile rimangono intatti i due livelli superiori con le loro trifore ed i tondi di ceramica colorata inseriti nella muratura.

stemma principi borghese

L’interno

L’interno è a navata unica con tre archi per lato. Il soffitto è a volta.

Sull’altare una Madonna con Bambino attribuita al barone Vincenzo Camuccini (1771-1844), oltre che pittore uno dei maggiori restauratori dei suoi tempi. Si tratta dunque di una tela dei primi dell’800.

La volta della navata è affrescata con due grandi pannelli esagonali. In quello verso l’altare la Vergine. In questo esagono troviamo la frase Ego mater pulchrae dilectionis (et timoris et agnitionis et sanctae spei) ovvero Io sono la madre del bell’amore, (del timore [di Dio], della conoscenza e della santa speranza), iscrizione riferita alla Vergine.

Vincenzo Camuccini Madonna col Bambino
Vincenzo Camuccini -Madonna col Bambino

Nel secondo esagono Santa Cecilia e San Biagio ritratto nell’abito vescovile essendo stato vescovo della sua città natale, Sebaste in Turchia.

I due esagoni come anche gli affreschi su ambedue i lati della navata (sopra gli archi) sono dovuti a Filippo Prosperi (1831-1913). Al medesimo maestro erano anche stati commissionati affreschi per il Santuario del Divino Amore sull’Ardeatina.

All’inizio ed alla fine degli affreschi della volta due stemmi. Uno è quello dei Borghese, che potrebbero aver concorso a finanziare l’opera, l’altro uno stemma cardinalizio da identificare.

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Santa Cecilia e San Biagio

Il tema degli affreschi sulle pareti della navata sono le Virtù. Prosperi ne rappresentò quattro: Giustizia e Temperanza, Forza e Prudenza.

Da ultimo, sopra l’altare a destra lungo la navata la tela I Santi Cecilia e Valeriano incoronati da un angelo dipinta da Placido Costanzi (1702-1759).

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Fabrizio Sciarretta

Laureato in Economia alla LUISS e Master in Business Administration della Carnegie Mellon University di Pittsburgh, Fabrizio Sciarretta ha dedicato i primi anni della sua attività professionale al giornalismo economico. Rientrato dagli Stati Uniti, ha operato per circa un ventennio nella consulenza di organizzazione e direzione aziendale, ricoprendo incarichi di top management in Italia per due multinazionali americane del settore. Ha poi scelto la strada dell’impresa e da alcuni anni è impegnato come imprenditore nel settore della sanità. E’ stato membro dell'esecutivo di ANISAP Lazio e consigliere d’amministrazione di reti e raggruppamenti d’imprese. Lion da sempre, è stato presidente fondatore del Lions Club Roma Quirinale. Nel 2008 ha abbandonato la Capitale in favore della Sabina, e non se ne è pentito affatto.

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