La Chiesa di Sant’Agata dei Goti a Roma, in Via Mazzarino tra Via Panisperna e Via Nazionale, è di origine antichissima.
Chiesa di Sant’Agata dei Goti: la storia
Le notizie più remote la vorrebbero fondata addirittura dall’imperatore Costantino. Sappiamo però che un secolo dopo Flavio Recimero (405-472), generale e console di origine germanica e religione ariana, ne adornò l’abside con mosaici purtroppo distrutti negli interventi che interessarono l’edificio nel XVII secolo. Il mosaico, del quale esiste un disegno a colori di Francesco Penna nella Biblioteca Apostolica Vaticana, rappresentava Cristo assiso sul globo attorniato dai dodici Apostoli.
Forse proprio per questo legame con Flavio Recimero, la chiesa divenne il centro della vita religiosa della comunità di goti a Roma. Questi ultimi praticavano l’arianesimo, dunque una dottrina eretica per la chiesa di Roma.
Sant’Agata era detta allora in Suburra data la sua posizione presso quest’area della Roma Antica. Fu Gregorio Magno a recuperarla al culto cristiano ed a restaurarla nel 593 dandole il titolo di San Sebastiano e Sant’Agata. Nel IX secolo, tra i papati di Leone III e Leone IV, venne costruito il convento affidato ai monaci benedettini. Questi ultimi costruirono il campanile nel XII secolo.
Nel 1470 la chiesa di Sant’Agata dei Goti ed il convento vennero concessi in commenda al cardinale Francesco Gonzaga che ne mantenne il titolo fino al 1483. Si deve a lui la realizzazione del pavimento in stile cosmatesco di cui oggi ne esiste ancora una porzione al centro della navata principale.

Gli interventi tra ‘500 e ‘600
Nei secoli che segnarono il passaggio dall’arte del Rinascimento al Barocco, grazie alla posizione ed al patrimonio dei suoi cardinali titolari, Sant’Agata dei Goti fu oggetto di importanti interventi.
Nel 1566 il cardinale Giovanni Battista Cicala costruì il cortile che da ancora oggi accesso alla chiesa. Poi Federico Borromeo, nipote di San Carlo Borromeo, nel 1589 fece realizzare l’attuale abside essendo la precedente, ancora ornata del mosaico antico, andata in rovina. Il suo successore nel titolo, Carlo di Lorena, la fece ornare con gli attuali affreschi.
Nel 1567 San Pio V Ghisleri la cedette agli Umiliati ma l’ordine venne soppresso nel 1571 dopo l’attentato a San Carlo Borromeo ordito da alcuni membri dell’ordine stesso. Da allora passò ai benedettini del monastero di Montevergine nell’avellinese.
Sant’Agata dei Goti e i Barberini
Per quasi vent’anni il titolo della Chiesa di Sant’Agata rimase in casa Barberini. Dal 1624 al 1632 ne fu infatti titolare il cardinale Francesco Barberini e dal 1632 al 1642 il cardinale Francesco Barberini. Al primo si deve la realizzazione del soffitto a cassettoni, la secondo l’altare maggiore.
E’ invece settecentesca l’attuale facciata della chiesa dovuta all’architetto Francesco Ferrari. Scrive a tal proposito Susanna Misiano: “I benedettini di Montevergine gli affidarono nel 1729 l’esecuzione della facciata della chiesa di S. Agata dei Goti, ‘dove le doti del Ferrari, di fronte all’esiguità del tema, meglio si esprimono con un pur tenue risultato poetico’ (Portoghesi, 1966).
L’architetto adottò l’ordine unico di paraste poggianti su alto basamento; queste reggono la trabeazione sormontata da un frontone curvo e spezzato includente il timpano triangolare. Sopra la porta è posto il medaglione in stucco con l’effigie della santa. La facciata, posta tra due ali del monastero, non corrisponde direttamente al corpo della chiesa, ma immette in uno spazio, sopravvivenza di un antico atrio. La lieve concavità del prospetto ricorda esempi tardobarocchi, quali S. Marcello, la chiesa della Trinità di via Condotti, la Maddalena, e riconduce alla tradizione borrominiana”.
Nel 1809 i Benedettini lasciarono Sant’Agata dei Goti e nel 1836 divenne sede del Collegio Irlandese. Nel 1925 il convento venne demolito per far spazio ad un allargamento della sede della Banca d’Italia.
Chiesa di Sant’Agata dei Goti: l’interno
La chiesa si articola su tre navate, sorrette da sedici colonne di granito, originarie della chiesa antica. Al centro della navata sopravvive una porzione del pavimento cosmatesco quattrocentesco. Probabilmente frutto di una ricostruzione moderna utilizzando gli elementi antichi sopravvissuti, è comunque assolutamente scenografica.

I dipinti di Paolo Gismondi
Sulla parete della navata centrale, scene della vita di Santa Agata, dipinte a fresco da Paolo Gismondi, detto Paolo Perugino. Scrive a tal proposito Giovanna Mencarelli: “(Gismondi) Almeno dal 1633 dovette trasferirsi a Roma dove entrò in contatto con la bottega di Pietro Berrettini da Cortona e con l’entourage degli artisti che vi gravitavano: in particolare con Giovanni Francesco Romanelli di Viterbo che, protetto dal cardinale e vicecancelliere della Chiesa Francesco Barberini, tra il 1632 e il 1634 aveva presso il palazzo della Cancelleria “alcune stanze”, destinate a proprio atelier, frequentato da altri pittori tra cui il G. (Merz).
Alla frequentazione di Romanelli, e della Cancelleria, si deve legare la decorazione della chiesa di Sant’Agata dei Goti, citata da Titi come opera del G., eseguita dal 1633 su commissione del cardinale Barberini all’interno del rinnovamento dell’antica diaconia voluto dal prelato, e concluso nel 1636.

Nel catino absidale è raffigurata ad affresco la Gloria di s. Agata. Le Storie della sua vita, dipinte su tela, si trovano sulle pareti delle navate; mentre nei pennacchi dell’arco absidale e nelle tele centinate ai lati della cantoria sono raffigurate la Speranza, la Fede, la Fortezza e l’Umiltà. Queste opere diedero una certa fama al G., nonostante il linguaggio pittorico pieno di esitazioni e di citazioni da Michelangelo al Cavalier d’Arpino, Giuseppe Cesari, nonostante che qui egli dimostri di essere ancora un pittore inesperto, e incerto sul piano formale, palesando, nel suo cortonismo acerbo, limiti evidenti nella definizione dei volti, nelle stesure cromatiche e nella costruzione dell’impianto spaziale”.
Per quanto riguarda le tele del Gismondi disposte lungo la navata centrale, i soggetti sono i seguenti. A destra: Sant’Agata tra le figlie di Afrodisia; Sant’Agata si rifiuta di adorare gli idoli; Martirio di Sant’Agata. A sinistra: San Pietro appare a Sant’Agata; Sant’Agata sulla pira ardente; Morte di Sant’Agata.
Al di sotto delle tele, tra una colonna e l’altra, tondi in mosaico di santi.
Ciborio e soffitto
Nell’abside si trova un ciborio cosmatesco risalente al XII secolo. Il soffitto a cassettoni, voluto da Francesco Barberini, fu progettato da Domenico Castelli e realizzato da Simone Leggi.
Lungo la navata il sarcofago dello Giovanni Francesco Soacheni (o Ioachimi), legato di Ferdinando VII re di Spagna (1841).
Monumento funebre del Cardinale Carlo Giacomo Bichi
Proprio all’inizio della navata di sinistra troviamo il monumento funebre del cardinal Carlo Giacomo Bichi (Siena 1639 – Roma 1618) elevato alla porpora da papa Alessandro VIII Ottoboni e da questi insignito dal 22 dicembre 1693 del titolo di Sant’Agata dei Goti. Il disegno del monumento, eseguito in stucco, spetta a Carlo de Dominicis (1696-1758). Questa potrebbe essere la prima opera pubblica del de Dominicis realizzata subito dopo la morte del cardinale.

Il ritratto del cardinal Bichi è racchiuso in un ovale sorretto da due angeli. quello di destra stringe in una mano una fiaccola con la fiamma rivolta verso il basso, forse a simboleggiare la vita che si spegne. L’angelo posto più in basso è in piedi sul sarcofago dove, poggiato su un cuscino, troviamo il cappello cardinalizio. Di fronte al sarcofago un’aquila con la zampa destra posta sulla testa di un leone che è a terra al di sotto del sarcofago. Lo stemma della famiglia Bichi è costituito da un’aquila ed un leone ma la postura dei due animali in questa specifica rappresentazione è tutta da spiegare.
Da ultimo va sottolineato come il monumento non rechi alcuna iscrizione. E’ evidentemente un fatto anomalo: forse, un’iscrizione esisteva ed è stata ricoperta o è andata perduta.
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