Arborea è certamente rappresentativa di quel fenomeno delle Città di Fondazione realizzatosi durante il Fascismo. Lo è perché fu la prima tra tutte (1928) e certamente ben le rappresenta in termini di concezione urbanistica.
Ma lo è anche perché nasce proprio a seguito di una di quelle azioni di sviluppo economico (la bonifica della piana di Marrubiu) sulle quali si imperniava il successivo popolamento e messa a
reddito delle terre.
Arborea – fino al 1944 Mussolinia di Sardegna – vi colpirà però in particolare per la capacità di coniugare l’architettura razionalista che nasceva in quegli anni con il liberty e con voli eclettici a cui difficilmente si attagliano definizioni precise.
Ad operarvi principalmente gli architetti: Carlo Avanzini (1882-1932) Giovan Battista Ceas (1894-1975) Flavio Scano (1896-1952) e Giovanni Bianchi (1885-1942) al quale si deve il progetto della Chiesa del Santissimo Redentore.
Proprio questa chiesa è il landmark di Arborea. Essa occupa il lato corto di piazza Santa Maria Ausiliatrice (già Vittorio Emanuele), a sua volta il cuore della cittadina. Intorno ad essa si concentrano gli edifici pubblici o, comunque, con funzioni utili alla comunità.
Il Municipio, che occupa l’altro lato corto della piazza. Il Dopolavoro, l’edificio del Mercato. La Casa del Balilla e la Casa del Fascio con la sua bella torre razionalista (ambedue opere di Ceas). Più oltre il mulino e i silos e l’Ospedale intitolato a Carlo Avanzini. Una struttura sanitaria invidiabile ancora oggi.
Poi le aree residenziali dove spiccano le ville riservate ai dirigenti (direttore e presidente della società di bonifica) ma dove si nota la grande dignità delle villette dedicate ai dipendenti della società.
Arborea: Chiesa del Santissimo Redentore
Non mi avventuro nell’individuarne lo stile, certamente un mix di influenze e contaminazioni. Il tetto a capanna, la grande navata absidata, lo slanciato campanile sembrerebbero alludere al romanico, ma il liberty irrompe prepotente.
Entrate nella chiesa e visitatela perché ha almeno due opere di pregio. Il bel mosaico sottostante l’altare, smaccatamente liberty e scintillante.
Poi la grande pala d’altare dovuta al pennello del pittore sardo Filippo Figari (1885-1973) e realizzata nel 1933. Figari fu una figura importante nell’arte sarda della prime metà del XX secolo e la grande pala, dedicata al miracolo della moltiplicazione dei pani e dei pesci, lo dimostra.
Al centro della scena, il Cristo, nell’atto di compiere il miracolo, è immerso in un paesaggio agricolo dal forte giallo del grano. Anzi, è come se il miracolo avvenisse nel corso di una festa per la mietitura dove le figure (femminili in primis) indossano tradizionali costumi sardi.

Filippo Figari e Giuseppe Biasi
Come non rivedervi le opere di Giuseppe Biasi (1885-1945), protagonista di riferimento della pittura sarda degli anni ’20 e ’30. Biasi e Figari, coetanei, si conobbero
bene nei primi anni del XX secolo a Sassari. Poi, ambedue, prima di venir chiamati alle armi nel 1916, ebbero un importante periodo romano.
Le figure dei contadini di Figari, i costumi delle donne, richiamano quelli di Biasi: la rappresentazione di una vita dei campi fatta di fatica, certamente, ma come fermata nel tempo a testimoniare una civiltà antica e altera.
La pala di Filippo Figari merita certamente un momento di particolare concentrazione nella visita di Arborea.

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