Nostra Signora del Regno ad Ardara è il punto d’incontro tra il romanico giudicale severo e lineare ed il rinascimento d’oro catalano. E’ il punto d’incontro tra la materia prima locale, una pietra lavica scura fino al nero, e l’opulenza dell’arte sacra spagnola.
La sua sagoma appare inequivocabile quando ci si approssimi ad Ardara, capitale del Giudicato di Torres dal XI al XIII secolo. Scura, forte, semplice sono gli aggettivi che vengono in mente. Questo fino a quando non se ne varchi il portale, però. Poi ci si rende conto come nulla possa esaltare di più il Retablo Maggiore custodito nell’abside delle lineari architetture romaniche.
Architettura Romanica e oro catalano
Costruita a partire dal 1065 e consacrata nel 1107, cappella palatina del castello di Ardara, fu voluta da Giorgia de Lacon-Gunale, sorella del Giudice di Torres ed Arborea Gonario Comita (i de Lacon si suppone siano la famiglia la quale, dividendo i suoi possedimenti, diede origine al sistema giudicale). Fu luogo di sepoltura dei Giudici del Logudoro tra cui probabilmente l’ultima di costoro, Adelasia.
Anche in questo caso, come per la Santissima Trinità di Saccargia, contribuirono maestranze pisane ma in uno stile molto diverso dalla prima. A testimonianza dello stretto collegamento con Pisa, vi è anche un particolare fatto storico. Fu infatti proprio presso Nostra Signora del Regno ad Ardara che si tennero due sinodi “nazionali” sardi, nel 1135 e tra il 1138 ed il 1145, ambedue presieduti dall’Arcivescovo di Pisa Baldovino.
Il Retablo Maggiore di Nostra Signora del Regno

Un “retablo” (dal latino retrotabula altaris) è un’opera particolare composta da singoli riquadri collocati l’uno accanto all’altro a formare un’unica rappresentazione sulla base di una logica artistica ma soprattutto religiosa precisa. La sua collocazione, come si evince dal termine latino, è classicamente dietro l’altare.
Alto 10 metri e largo 6, il retablo di Ardara domina l’abside ed attrae lo sguardo di chiunque varchi la soglia di Nostra Signora del Regno. Dipinto nel 1515, è opera di Giovanni Muru. Si compone di 26 tavole delle quali 8 sono dedicate alla Vergine alla quale è intitolata la chiesa.
Sono invece seicenteschi gli affreschi di apostoli e padri della chiesa che ornano le colonne (un tempo posti più in alto, la loro posizione attuale ed i “supporti” sui quali sono collocati sono frutto di recenti restauri).
Tra le “note storiche”, torna utile citare il fatto che, a partire dalla consacrazione e per circa 60 anni, Nostra Signora del Regno fu sede del Vescovo di Bisarcio, la cui chiesa cattedrale, Sant’Antioco, era stata distrutta da un incendio.
Sant’Antioco di Bisarcio
Ad un “tiro di schioppo” da Ardara troverete Bisarcio. Anzi, lo avreste trovato qualche secolo fa. Perché Bisarcio, borgo medievale talmente importante da essere sede vescovile, oggi non esiste più. Nei cambiamenti che i secoli portano con se, il suo ruolo nel territorio venne preso da Ozieri.
La sede vescovile, a sua volta, nel 1503 venne inglobata in quella di Alghero. A Bisarcio oggi trovate, isolata su un’altura, costruita in vulcanite bruno rossastra, la bella Sant’Antioco, dove lo stile romanico pisano si fonde con un gusto francese più tardo portato dai monaci cistercensi.
Bisarcio tra Pisa e Francia

Infatti, alla prima chiesa, che sappiamo essere andata persa per un incendio nella seconda metà del X secolo, ne seguì una seconda edificata nel secolo successivo in due fasi. La prima tra il 1050 ed il 1060 potrebbe aver visto coinvolte maestranze provenienti dalla cattedrale di Santa Giusta (a Santa Giusta nell’arborense). La seconda fase, tra il 1070 ed il 1090, sarebbe invece caratterizzata da maestranze di gusto francese.
E’ un particolare importante. Infatti, il portico che oggi caratterizza la facciata di Sant’Antioco venne realizzato nella seconda fase addossandolo direttamente alla facciata preesistente. E’ un aspetto che diverrà evidente se salirete al secondo piano del portico. Qui sono presenti tre ambienti. Quello centrale fungeva da cappella privata del vescovo e gli elementi ornamentali della precedente facciata sono ancora in situ a testimoniare l’operazione di “appoggio” del portico. Infatti, vi troverete le medesime losanghe decorative a gradoni, in vulcanite e tufo verde, che ornano l’esterno dell’abside della chiesa.
Sant’Antioco di Bisarcio e i pellegrini
Al secondo piano del portico troverete però anche altri due elementi particolari: la dedicazione della chiesa al momento della
sua consacrazione, scolpita a caratteri onciali ed un sandalo di pellegrino anch’esso scolpito nel muro (come a San Michele a Salvenero).
Sono due indizi da considerare con cura. Infatti, la dedicazione riporta una serie di santi legati agli antichi percorsi penitenziali frequentati dai pellegrini ed il sandalo è un po’ il trademark del pellegrino. Sant’Antioco di Bisarcio si trovava dunque su queste direttrici ed i particolare su quella che attraversava la Sardegna e consentiva poi al pellegrino di proseguire per mare o in direzione di Gerusalemme o di Santiago de Compostela. Probabilmente, fu proprio per ospitare i pellegrini il cui numero andava crescendo che Sant’Antioco fu dotata di un portico.
Il crollo della porzione sinistra della facciata, avvenuto nel ‘400, rese Sant’Antioco di Bisarcio nella forma in cui la vediamo oggi, ovvero con la grande bifora di sinistra chiusa e con l’ornamento della facciata presente solo nella parte di destra della stessa.
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