I ruderi dell’Abbazia di San Bruzio, nei pressi di Magliano in Toscana, risalenti all’XI secolo, suscitano certamente in qualsiasi visitatore più interrogativi di quanti, almeno ad una prima analisi, non siano in grado svelarne.
Abbazia di San Bruzio a Magliano in Toscana

L’Abbazia di San Bruzio si vuole costruita dai Monaci Camaldolesi. Ovvero da una congregazione del più ampio Ordine Benedettino fondata da San Romualdo tra il 1024 ed il 1026 agli inizi del XI secolo.
Presero il nome dall’Eremo di Camaldoli, nei pressi di Arezzo, loro casa madre ed ebbero un’importante espansione in tutta la Toscana.
Li caratterizzava il coniugare la dimensione dell’eremitaggio a quella della vita in comunità propria del monachesimo. Sempre benedettina e coeva era anche la non lontana Abbazia di San Rabano sui monti dell’Uccellina (Alberese). Essa sorse accanto al preesistente Romitorio dell’Uccellina che potrebbe risalire all’VIII secolo.
San Bruzio o San Tiburzio
Per quanto riguarda la storia del santo al quale l’abbazia era intitolata, ovvero San Bruzio, potrebbe in realtà trattarsi dell’abbreviazione di San Tiburzio. Si tratterebbe, dunque, di un martire dei primi secoli del cristianesimo.
A suo proposito, scrive Antonio Borrelli su Santiebeati.it: “secondo la passio (di Santa Cecilia), Valeriano era sposo di Cecilia e da lei convertito, fu battezzato dal papa Urbano I (222-230) e a sua volta convertì al cristianesimo il fratello Tiburzio. Ambedue furono condannati a morte dal prefetto Almachio, che li affidò al “cornicularius” Massimo, (ufficiale in seconda del console) il quale prima di fare eseguire la sentenza, si convertì anche lui, venendo così condannato e ucciso qualche giorno dopo.
Valeriano e Tiburzio furono martirizzati e sepolti in un posto chiamato Pagus da Cecilia, a quattro miglia da Roma, ma che non è stato identificato, e che poco dopo seppellì anche Massimo in un diverso sarcofago. I loro sepolcri furono restaurati prima da Gregorio III (731-41) poi da Adriano I (772-795) e finalmente da Pasquale I (817-24) il quale trasferì le loro reliquie nella basilica di S. Cecilia a Trastevere”.
I capitelli di San Bruzio a Magliano
Di San Bruzio sono rimasti il presbiterio ed il transetto. Colpisce immediatamente la forma ottagonale di quella che un tempo era la cupola e che oggi appare come la base di una torre. La realizzazione dell’edificio è indubbiamente raffinata: è sufficiente verificare l’accurata lavorazione dei blocchi di pietra e la generale precisione dell’impianto per rendersene conto.
Eleganti sono le semicolonne nell’interno dell’abside e l’esterno dell’abside con semicolonne ed archetti. Una notazione per l’arco che immette nel braccio del transetto di destra: notate l’alternarsi di marmi chiari e scuri tipico, ad esempio, del romanico pisano. La stessa alternanza non si ritrova nell’arco di sinistra.
Una menzione a parte meritano i capitelli, in primis quello posto a destra dell’abside dove sono presenti quattro figure: un pesce, un toro, un uomo che tra le braccia incrociate tiene una chiave e un uomo nudo di spalle che sembra arrampicarsi sul capitello stesso ma ha la testa e lo sguardo rivolti verso il visitatore. Motivi floreali (foglie, fiori) e zoomorfi si ripetono anche negli altri capitelli superstiti.
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