L’ Abbazia di San Gregorio a Venezia, situata all’ingresso del Canal Grande, accanto alla Chiesa della Salute verso la quale gode di un affaccio privilegiato, è in un punto della Serenissima celebrato dalle opere di pittori e letterati.
Oggi è ammirata come un austero monumento incastonato in una parte quieta e appartata della città. Eppure la sua storia millenaria fu drammatica e tumultuosa. Ciò sia perché trascorsa lungamente in prima linea, nel senso strettamente militare dell’espressione, sia perché i cospicui beni annessi all’Abbazia di San Gregorio furono oggetto di aspre contese.
Poiché la sua particolare struttura architettonica è essenzialmente il risultato di tali vicissitudini, a queste conviene rifarsi per illustrare gli elementi che concorsero a forgiare il monumento così come noi lo conosciamo.
Abbazia di San Gregorio a Venezia: storia

L’abbazia di San Gregorio era stata teatro di vicende connesse con le origini del potere di Venezia e con la definizione dei suoi confini, e non era stata risparmiata dall’incendio che aveva causato ingenti danni alla città nel 1105. La posizione del monastero, eminente per ragioni strategiche quando ancora sussisteva il pericolo d’incursioni barbariche e più tardi privilegiata per ragioni economiche, se da una parte agevolò la crescita delle abitazioni intorno a esso, dall’altra non cessò di attirare le brame di signorotti e mercanti poco inclini alle pratiche monastiche.
Agli inizi del XIII secolo, gli abati benedettini dell’Ordine di Sant’Ilario e San Benedetto ottennero dal papa l’autorizzazione a trasferire la loro sede nel l’Abbazia.
Nella seconda metà del XV secolo venne deciso di trasformare l’Abbazia in una commenda scon la nomina di una abate commendatario. Nello stesso periodo i monaci benedettini aggiunsero al loro titolo primitivo anche quello di San Gregorio che poi rimase il solo a definire l’Abbazia.
Con l’istituzione della “commenda”, l’antico cenobio, oramai occupato solo da un pugno di monaci e privato del suo ruolo originario, finì per divenire un mero ente patrimoniale, con il risultato che, con il passare del tempo, numerosi privati avanzarono diritti nei confronti di beni appartenenti all’Abbazia.
Da abbazia a Raffineria Pubblica dell’Oro

Verso la metà del XVIII secolo venne soppresso anche il titolo di abbazia, finché, nei primi anni dell’Ottocento, la chiesa annessa all’Abbazia rientrò tra quelle soppresse dal decreto napoleonico. Questo spazio fu così destinato alla Raffineria Pubblica dell’Oro della zecca veneziana.
Ne conseguì che nell’ Abbazia di San Gregorio, furono attuate a più riprese opere di rifacimento e di restauro, lavori di adattamento che divennero argomento di studio e di riflessione dopo che John Ruskin, verso la metà dell’Ottocento, si soffermò sulle caratteristiche dell’Abbazia di San Gregorio.
Fu la sua analisi a cogliere in alcuni capitelli del chiostro tratti stilistici che li collegano ad alcuni capitelli del Palazzo Ducale, inaugurando il dibattito sulla datazione e sulla qualità artistica degli elementi gotico-veneziani presenti nel monumento.
Dopo la prima decade del Novecento, i proprietari della parte superstite dell’ Abbazia, decisero di salvarla dal totale deperimento preservando così elementi architettonici e decorativi appartenenti ad epoche diverse e ad edifici diversi.
Le antiche testimonianze
I capitelli del chiostro, eterogenei tra loro per stile e materiali impiegati, il piccolo fregio bizantino, risalente al IX secolo, murato nell’interno del chiostro, la scultura quattrocentesca murata verso la calle dell’Abbazia, le finestre e lo splendido portale sul Canal Grande.
Giuseppe Marzemin, al quale si deve un penetrante e documentato testo sull’ Abbazia di San Gregorio e su quella dei Santi Ilario e Benedetto, sottolinea la natura composita dei loro resti attuali «che portano come cristallizzati i segni di molti secoli» e spiega il fascino che tali resti esercitano su di noi ricordando la «segreta simpatia» che tutti nutriamo per i monumenti di antica fama in rovina.
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